ESULI

Prova a camminare solitario per il parchetto d’infanzia il giorno prima di scappare via, abbraccia tua madre la mattina dopo il sogno della sua morte  e piangi in silenzio per ciò che tu solo sai. è una strana nostalgia questa. La nostalgia del presente, di ciò che ancora si ha. È l’angoscia di un bel tramonto. È la paura e la consapevolezza, di un istante, di ciò che se ne va. Ma cos’è che va via? Il respiro che dorme nel letto con te, l’amaro di un caffè la mattina dell’esame, la sigaretta che il vento fuma via, i personaggi che muoiono nell’ultima pagina del libro, come acqua che scivola via dalle mani. Qualcosa se ne va sempre e ci lascia più soli e più saggi. Qualcuno muore, qualcuno ci abbandona, e noi rimaniamo indietro, oppressi dal dolore del cambiamento, disarmati di fronte alle piroette della sorte. Non esiste l’ideale dell’ostrica, o perlomeno non è felice. L’immobilismo è un’utopia, l’illusione di fermare il tempo, di fuggire la storia. Perché costringersi a un solo luogo allora? Perché illudersi di trovare pace solo e sempre sotto lo stesso albero? Verrà prima o poi una crepa, uno squarcio nella consuetudine, che ci farà fuggire dalla realtà. Intorno a noi le persone urleranno la propria presenza al mondo e a noi, ma noi non saremo più lì, immersi in un ricordo idealizzato e perduto o nel sogno di un futuro. È lo straniamento in casa, che prova il Dermann di Hermann Hesse, quando crolla una certezza, quella del padre. È una prima morte, questa. Qualcosa muore, qualcosa nasce, e noi siamo spinti in avanti da una tremenda irrequietezza, e una crisi porta sempre a un rinnovamento, dice Christiana da Caldas Brito: – siamo tutti migranti. […] siamo migranti quando lasciamo i vecchi schemi e le vecchie abitudini per aprirci a nuove circostanze di vita. […] Gli ostacoli possono trasformarsi in occasioni di crescita-.

-Guadagniamo davvero qualcosa?- replicherebbe ironicamente Verga, presentandoci un povero accattone che si rivela essere ‘Ntoni.

-Si, scopriamo la saggezza, che ci fa riassaporare e desiderare ancora ciò che avevamo un tempo- fa capolino un Kavafis rubato per un istante al suo viaggio verso Itaca.

-Hai ragione, ma solo perché hai un paese dove tornare, altrimenti non avrebbe senso fuggirne- sentenzierebbe il saggio Anguilla de “la luna e i falò”.

E l’uomo migra, migra verso qualcosa di migliore, segue un sogno. Ma quando lo vive, quel sogno, sogna casa.

-E poi c’era la nostalgia, che non voleva sbiadire. E la retorica, che la sobillava- (G. Schelotto; “distacchi ed altri addii”). Sembra proprio aver ragione Seneca, quando intima a Lucilio non di cambiare luogo, ma di cambiare se stesso perché “tecum fugis”. Nella società contemporanea si sta totalmente perdendo  il senso di appartenenza a un luogo, tanto presente nel clima romantico di Foscolo e Manzoni. Viviamo ora in un mondo che esalta l’esperienza, l’intraprendenza. I nostri idoli sono gli avventurieri, coloro che scappano dall’abitudine e hanno finalmente qualcosa da raccontare. Quelli che fanno la valigia e prendono il primo volo last minute, quelli che investono nel sogno di un furgoncino volkswagon e fanno gli artisti di strada, spinti da un’insaziabile curiosità, nuovi bohemièn o into the wild. Vediamo un treno allontanarsi e pensiamo io devo fuggire da qui; tra le coperte ci coglie una rassegnata inquietudine e ci stanchiamo di un posto dopo l’altro come giocattoli tanto pianti e poi dimenticati. E ci spostiamo continuamente, schizofrenicamente, giustificandoci con l’arricchimento personale. Nella concezione moderna, l’identità non è più il luogo che cresciuti, l’ambiente, ma l’insieme delle esperienze vissute, dei viaggi compiuti. È giusto? Si? No? È inevitabile. Del resto si può definire un’identità? Un siriano immigrato clandestinamente è una descrizione soddisfacente di un uomo? Esiste un luogo che ci identifichi? Un amore? Un dolore? È un malato la sua malattia?

L’identità non è statica, limitata: è in continua trasformazione. L’identità non è altro che (la consapevolezza del) distacco tra l’Io e il mondo. Solo rapportandoci con l’altro possiamo capire chi siamo. Ogni volta che perdiamo qualcosa, che la lasciamo andare o ne fuggiamo, non facciamo altro che rafforzare, modificandola, arricchendola, la nostra identità. È un compromesso, è il distacco, l’identità. Lasciamo pezzi di noi in giro per il mondo eppure ci riscopriamo. È lì che sta l’identità: nell’ultima pagina di un libro, nelle immagini che scorrono sul finestrino di un treno, nei vermi che mangiano mio fratello, nello sperma sulle coperte di una camera d’hotel a Parigi.

Marco Pernarella